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Article: “Di se stessa signora”

“Di se stessa signora”

“Di se stessa signora”

L'estate è il momento in cui si ha più tempo per dedicarsi a se stesse e, perché no, magari alla lettura di quel libro che da tempo ci incuriosiva ma che non abbiamo mai avuto modo di aprire.

Il 14 agosto 1876 nasceva Rina Marta Felicina Faccio, un nome che al grande pubblico magari dice poco ma che racchiude l'anima di una delle figure più dirompenti e avanguardistiche della nostra cultura: Sibilla Aleramo.

Ammetto di aver incontrato la sua scrittura solo in età adulta, forse perché di questa autrice (come di tante altre) non vi è traccia nei programmi scolastici. Certamente il libro che vi propongo non è uno di quelli leggeri e frivoli: al contrario, è un percorso crudo ed essenziale dentro la cultura patriarcale, la violenza e il peso di scelte femminili estreme. “Una donna” è un romanzo autobiografico che, vi anticipo, non è una lettura semplice ma certamente un'esperienza profonda ed emozionante che, sono certa, toccherà le corde di molte di voi.

Una vita segnata, una scelta di libertà

La giovinezza di Rina fu drammatica: segnata prima dalla malattia mentale della madre, poi a soli quindici anni da una violenza subita da un impiegato della fabbrica del padre che fu costretta a sposare per riparare “al danno”. Questa unione si trasformò presto in una prigione e proprio nella lettura e nella scrittura di un diario trovò la forza per non soccombere. Nel 1902 compì l'atto più estremo e doloroso: decise di abbandonare il marito e il figlio per trasferirsi a Roma e "camminare sola" verso la propria liberazione.

Nel 1906 pubblicò "Una donna", un romanzo autobiografico che rappresentò uno scandalo e una rivoluzione senza precedenti. Per la prima volta la narrativa rompeva gli schemi portando la denuncia cruda degli abusi domestici e della condizione femminile al grande pubblico. Non mancarono le critiche e lo sdegno da parte di uomini e donne che ritennero tale scelta spudorata ed amorale.

A peggiorare le cose, poi, fu il modo in cui scrisse di maternità: la protagonista scelse di rinunciare al figlio Walter non per egoismo ma per spezzare la "mostruosa catena" di annientamento che aveva già distrutto sua madre. Il libro rivendicava un diritto fondamentale, spesso negato: quello di ogni donna di essere una creatura umana integra e libera, prima ancora che madre.

La rinascita dietro un nome

Anche la scelta dello pseudonimo con cui decise di firmarsi non fu un semplice vezzo letterario ma un vero e proprio atto di ridefinizione identitaria. Rinunciando al suo nome anagrafico (Rina Faccio), volle recidere definitivamente ogni legame con un passato di sottomissione e sofferenza per rinascere come una creatura nuova, autonoma e padrona del proprio destino: Sibilla infatti è un richiamo mitologico alla sacerdotessa dell’antichità, colei che è portatrice di verità e profezie. Questa scelta denota la sua missione nello svelare e testimoniare la condizione femminile dell’epoca. Aleramo invece è un omaggio alle sue origini piemontesi suggerito dal compagno Giovanni Cena che trasse ispirazione dai versi della poesia Piemonte di Giosuè Carducci. C’è poi un'interpretazione affascinante e provocatoria legata al cognome Aleramo che è l'anagramma di "amorale". Un termine che rifletteva la sua esistenza libera, scandalosa per l'epoca e svincolata dalle convenzioni sociali che la società patriarcale del tempo non esitava a disprezzare, giudicare e condannare.

Passioni, tormenti e la missione dell'anima

La vita di Sibilla fu un susseguirsi di passioni e violenze, come la celebre e tormentata relazione con il poeta Dino Campana. Ma sopra ogni cosa, per tutta la sua esistenza, rimase fedele a un'unica grande missione: fare della scrittura uno strumento di auto-analisi e riscatto. Ha vissuto per trasformare le sue esperienze in arte e per conquistarsi, giorno dopo giorno, il diritto di essere considerata un individuo libero.

Ed è proprio questo l'augurio di questa estate: che tra una pagina e l'altra, ognuna di noi possa ritagliarsi uno spazio per sentirsi, fino in fondo, di se stessa signora.

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