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Article: Sex and the City 28 anni dopo: tra shopping di lusso, tabù infranti e critiche d’élite

Sex and the City 28 anni dopo: tra shopping di lusso, tabù infranti e critiche d’élite

Sex and the City 28 anni dopo: tra shopping di lusso, tabù infranti e critiche d’élite

Il mese di giugno porta con sé una ricorrenza imperdibile per gli amanti della TV e della moda: l'anniversario del debutto di una serie che, nel bene e nel male, ha cambiato per sempre le regole del gioco. Era il 6 giugno 1998 quando l’emittente americana HBO trasmetteva il primo, storico episodio di Sex and the City, dando il via a un fenomeno socio-culturale planetario. In Italia lo show sarebbe sbarcato il 10 marzo 2000 su TMC, portando nelle case un linguaggio inedito, sfacciato e terribilmente chic. Nato dalla mente di Darren Star e ispirato agli articoli taglienti che Candace Bushnell scriveva per il New York Observer (poi raccolti nell'omonimo romanzo), il racconto delle sei stagioni delle quattro amiche a Manhattan continua, a distanza di quasi trent'anni, a far discutere e dividere il pubblico.


Il segreto del successo (senza censura)

Cosa ha reso questa serie un pilastro della cultura pop globale? La risposta sta nella straordinaria libertà di parola per l'epoca. Per la prima volta sul piccolo schermo, le donne hanno iniziato a parlare di sessualità e masturbazione con lo stesso disincanto, schiettezza e ironia tradizionalmente concessi agli uomini. Il vero motore delle vicende, però, risiedeva nella loro complicità: un'amicizia profonda, capace di superare ogni tempesta sentimentale o professionale. A rendere possibile questa rivoluzione è stata anche la felice intuizione di HBO: una rete via cavo libera dai vincoli della censura pubblicitaria, che ha permesso agli autori di sperimentare un linguaggio audace, provocatorio e del tutto impossibile per la TV generalista di allora.


Curiosità scandalose: tra realtà e finzione

Il legame tra Candace Bushnell e Carrie Bradshaw è un intrigante gioco di specchi, a partire dalle iniziali condivise: "CB". Eppure, chi ha amato la serie potrebbe rimanere shockato nello scoprire le enormi differenze con il romanzo originale, dove l’universo romantico si faceva decisamente più cupo e meno rassicurante. Tra le pagine della Bushnell, infatti, l’iper-tradizionale Charlotte non è affatto una gallerista conservatrice ma una ninfomane inglese, mentre l'algida Miranda è una dirigente televisiva e non un avvocato.

Sullo sfondo si muove New York, giustamente definita la "quinta protagonista" dello show. Manhattan non è un semplice fondale cartonato, ma un organismo vivo e vibrante: le ragazze costruiscono la propria identità sociale sfilando tra i bar più esclusivi, i club privati e i ristoranti di lusso della città, trasformando il consumo dei luoghi in uno status symbol assoluto.


L'effetto Patricia Field: quando la Moda fa la storia

Non si può dire Sex and the City senza pensare all'assoluto genio stilistico di Patricia Field. La costumista ha letteralmente inventato l'estetica del mix-and-match, osando accostamenti allora impensabili tra pezzi vintage, creazioni artigianali e l'Alta Moda più esclusiva. L'esempio più folgorante? Il mitico tutù in tulle sfoggiato da Carrie nella sigla: un pezzo di storia del costume acquistato per soli cinque dollari in un mercatino dell'East Village.

Da quel momento, gli accessori sono diventati co-protagonisti della narrazione:

  • Le scarpe Manolo Blahnik si sono trasformate in un oggetto di culto globale, desiderato più di un fidanzato.
  • La Baguette di Fendi è diventata la prima vera It-Bag della televisione, affiancata dalle creazioni di Hermès e dagli abiti principeschi firmati Oscar de la Renta.

Ogni amica incarnava un archetipo di stile ben preciso e irresistibile: il rigore bon ton di Charlotte, il cinismo professionale di Miranda e l'audacia sensuale e spregiudicata di Samantha. Questa cura ossessiva per il guardaroba ha spinto milioni di spettatrici a emulare i loro look, trasformando lo show nel più potente veicolo di tendenze globali mai visto.


Tra critiche e trionfi d'élite

I numeri, d'altronde, parlano chiaro: la serie ha fatto incetta di premi, collezionando ben 7 Emmy Award e 8 Golden Globe. Eppure, nel corso degli anni lo show ha dovuto affrontare non poche critiche, in particolare per la rappresentazione fin troppo esclusiva di uno stile di vita d'élite, decisamente lontano dalla realtà della maggior parte delle donne dell'epoca. Tra le polemiche sulla mancanza di diversità e l'irrealizzabile budget del guardaroba di Carrie rispetto al suo stipendio, Sex and the City non si può più guardare oggi con gli occhi ingenui del passato.


Il "lato oscuro" del finale: il fallimento dell'emancipazione?

Il dibattito più acceso risiede proprio nel "lato oscuro" del finale della serie. Secondo diverse analisi critiche, la conclusione rappresenterebbe il vero e proprio fallimento del messaggio di emancipazione che lo show aveva promosso per sei stagioni. Sebbene per molti spettatori il ritorno di Carrie tra le braccia di Mr. Big a Parigi sia il lieto fine sperato, uno sguardo più attento rivela dinamiche molto meno rassicuranti:

  • La fine dell'emancipazione: il finale vede le protagoniste "rientrare nella normalità", ripiegando verso i modelli tradizionali di matrimonio, famiglia e sesso monogamo. Miranda rinuncia alla sua vita a Manhattan per la famiglia a Brooklyn, Charlotte si realizza come casalinga e Carrie viene "salvata" dal suo principe azzurro (Big) che la riporta a New York.
  • Un amore disfunzionale e asimmetrico: la relazione tra Carrie e Big è descritta come un vero "gioco al massacro". Il lato oscuro sta nel fatto che Big sembra aver plasmato l'identità di Carrie nel corso degli anni, rendendola perfetta per lui, mentre lei si è piegata sistematicamente alle sue volontà.
  • Mancanza di compromesso: nell'equazione della loro relazione il compromesso manca totalmente; è quasi sempre la volontà di Big a prevalere, rendendo Carrie succube delle sue conclusioni.
  • L'idea di "accontentarsi": piuttosto che il trionfo del vero amore, il finale può essere visto come la decisione di accontentarsi di qualcosa di familiare per legittimare le sofferenze del passato, scimmiottando una felicità che, come mostrato nei film successivi, rimane fragile e tormentata.
  • Il ritorno all'ordine patriarcale: nonostante i dialoghi audaci, le ultime puntate confermano lo status quo del sistema sociale dominante, in cui ogni donna prende infine il posto "consono" al proprio ruolo di genere all'interno della cornice patriarcale.

In sintesi, l'ombra che si posa sull'anniversario dello show è proprio la trasformazione di un manifesto di libertà in una "fiaba patriarcale", dove l'indipendenza delle protagoniste passa improvvisamente in secondo piano rispetto alla ricerca ossessiva dell'uomo giusto. Un finale controverso che, ancora oggi, ci costringe a riflettere.

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